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"Scegliere di essere chi si è, è guardare la vita di fronte."

Sal Giampino - Arti e Visioni
Nonchalance!: "Michele Pantaleo Trio" all’Oscar Peterson Jazz Club di Sal Giampino

Nonchalance!: "Michele Pantaleo Trio" all’Oscar Peterson Jazz Club

Avrei dato questo titolo al delicato e sobrio spettacolo che venerdì sera ha voluto donare come atto d’amore, a noi spettatori e al jazz, Michele Pantaleo. Accompagnato dal figlio Gianluca al contrabasso e da Felice Cavazza alla batteria - ottimi partner - ci ha avvolto con baci e coccole virtuali che hanno impreziosito di piccole gemme scintillanti il nostro spirito per quelle due ore e per la vita dei giorni a venire.

Cornice, sempre l’Oscar Peterson Jazz Club di Patrizio e Daniele Sala. Un locale che sta riscuotendo grande successo tra gli “aficionados” del genere ma anche tra i neofiti. E’ un’isola del benessere dell’anima dove puoi rifugiarti per vivere, accolto con eleganza e calibratezza, un’esperienza di calda intimità nel rigore dell’accesso a un genere musicale difficile ma aperto, lineare ma insieme creativo, fatto di..... scalate sulle vette del ritmo sincopato e di violente, benefiche discese nelle valli dell’armonia. Apriamo le nostre menti e diveniamo accettativi della vita che ci circonda all’Oscar Peterson Jazz Club. Perché questo è il jazz: amore per la vita e per la vitalità di tutti i giorni. Tutti i venerdì e i sabato sera abbiamo l’occasione di cogliere l’impertinenza dei “fiori del peccato” dei nostri desideri musicali più nascosti, più inaspettati. Non perdiamola!

Ma, tornando ai musicisti e al protagonista della serata, rientriamo nel concetto di “nonchalance”, una naturalezza nel porgere che è sempre stato l’emblema archétipo della sua vita (mi pregio di conoscerlo personalmente da oltre trent’anni). Michele Pantaleo, tra i ragazzi che negli anni settanta iniziavano a fare musica a Marsala, è sempre stato il più moderato espressionista dell’arte della sei corde. Ha sempre reso allo strumento quella dignità naturale di mezzo fatto di legno e metallo. Ha sempre privilegiato il “sentiment” alle acrobazie sulle “scale”. Ha sempre, forse più di ogni altro, amato e fatto amare lo spirito assoluto della musica. Ha sempre esercitato una fascinazione che partendo dagli “spyder” delle sue agili mani, ha “setisticamente” tessuto sulla tastiera della chitarra una ragnatela di suoni emozionanti. Ha attraversato agevolmente, senza alcuno sforzo, il tempo, le menti e i cuori di chi stava e sta ad ascoltarlo, annullando il tempo stesso ed esaltando l’unicità dell’essenza di ognuno. Michele Pantaleo è un “naturopata” della musica jazz, senza alchimie e con l’intelligente immediatezza del feeling che il suo sorriso, le sue frasi buttate lì in dialetto, i suoi aneddoti familiari, riescono ad instaurare già solo dopo poche note. Ho rivisto sul palco quel quindicenne in jeans gialli e stretti, scarpe da tennis bianche e passo piano e lesto da padano (anche se padano non è) che con un volto fanciullo mostrava in giro la sua carta d’identità per avvalorare e confermare la propria età anagrafica quando non si voleva crederci per estremo “gap” tra capacità artistiche e l’essenza del tempo sul suo viso ancora bambino. Michele mi ha personalmente riportato indietro, al cassaro di tanti anni fa, insieme a tutti i nostri amici musicisti di allora, molti ancor oggi in movimento sul pentagramma e, altri… qualcuno, che non è più con noi. Grazie Michele, per farci ricordare che la musica è respiro, è brezza, è stimolo vitale e non altro. Quando un uomo gentile attraversa il nostro cammino lo riconosciamo subito. Se poi sa anche suonare uno strumento componendo delicate armonie che ci conducono verso il fronte illuminato dell’esistenza, allora è giusto chiamarlo angelo… o arcangelo, considerato il nome.

pubblicato su marsalace.it - Febbraio 2009