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"Scegliere di essere chi si è, è guardare la vita di fronte."

Sal Giampino - Arti e Visioni
Pantelleria? Pantellerie? Bon, voilà, c’est bien. A bientot. di Sal Giampino

Pantelleria? Pantellerie? Bon, voilà, c’est bien. A bientot.

Gianfranco Buffa, Giacomo Bertuglia, Gerard Pansanel. Concerto al Sòllima. A dispetto e conferma del futuro di lontani giorni, cioè oggi, più colti e roboanti in termini di collaborazioni artistiche, ieri sera al Sòllima di Marsala c’erano ancora tutti come fantasmi che attraversano il campo visivo di uno specchio e che tu riesci a vedere solo di sfuggita mentre cerchi di fermarli con la coda dell’occhio.

Quando poi ti rigiri verso di te, non vedi nulla ma ti resta quel sapore, quasi un odore addosso di cose, di fatti, di volti che ritornano per farti ricordare che anche tu esisti con loro e attraverso di loro. C’erano tutti, dicevo: Telestar, Ciclopi, Asfodeli, Condor, Iron Mammuth, Prima Visione, Quinta Dimensione e tanti altri. E chi non c’era, c’era comunque. Perché ognuno dei presenti ne conteneva altri, assenti ma presenti e vivi nell’aria che si respirava. Gianfranco Buffa era sul palco: uno di quei ragazzi degli anni settanta, occhialuti, ciuffi ribelli, moto Gò-Gò o Ciao o Vespino50. Ragazzi che hanno suonato sempre perché sono nati e cresciuti nell’armonia rifondante degli anni del boom economico, ingenuo e sognante. Feti che già danzavano nel “the dark” dell’amniotico divenire. E da lì Gianfranco ci ha portato suoni, “verba” e trattamento canoro degni di un rigurgito prenatale. Un brontolio che a tutti noi torna in mente come i rumori della pancia di mamma: la prima musica della quale, da allora non possiamo più fare a meno. Se qualcosa ci vien facile d’amare nella vita è proprio la musica, il solo carro che sappia trasportarci fuori dalle paure quotidiane. Non importa se leggera, pop, jazz, rock. Abbiamo un bisogno ancestrale della musica perché è l’unico suono capace di spazzare via i brutti giorni e promuovere i sogni. Le parole non dette o quasi dette da Gianfranco, per carattere, emozione, pudicizia, tranquillo assetto artistico fuori dai canoni di visibilità, sono state esaltate da un turbinio di termini “pittorici” dialettali attraverso cui sembrava, tutte le volte, di vederlo rifiorire a nuova vita. Il dialetto in musica gli dona, l’accento francese un po’ meno perché l’anima ha bisogno di tornare. Di tornare, sempre. La saudade dello spirito è un involucro. Un contenitore del benessere che rimane marchiato in eterno come un sacchetto di un supermarket dentro il quale metti la spesa delle esperienze di tutta una vita. Edipici rigurgiti (n.d.a.) esaltati inconsciamente da brani di attuale, ormai conosciuta, musicalità “Contiana” con testi di ricerca d’amore senza ridondanze, semplicemente non innovativi ma costanti nel vissuto comune. Così com’è il ricordo di quel ragazzo degli anni settanta in mezzo ad altri: parlare di musica, di cantautori famosi, di gruppi mitici, di solisti e strumentisti d’eccezione che accompagnavano i suoi sogni di gloria e che ieri sera lo hanno accompagnato in spirito, e poi traslati, sul palco attraverso la presenza viva e reale di un “delizioso” Gerard Pansanel, jazzista raffinato e chitarrista morbido, scintillante ed “Electrizzante” ( titolo del suo ultimo album ), e attaverso l’essenziale, pratico, puntuale Giacomo Bertuglia che al contrabbasso sfiora la causticità, forse perché provenendo anch’egli dalla chitarra, suo primo amore, si porta dietro quel lineare fraseggio acustico che sempre sottende le sue piroette sulle quattro corde. Per tornare a lui, a Gianfranco, gli dobbiamo un grazie per il coraggio e la schiettezza del suo essere: musicista e non, amico e non. Una serata da foto “non-ricordo” colma di sincera costanza e di passionale amore per un sogno che si fa vita.

pubblicato su marsalace.it - Febbraio 2009