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"Scegliere di essere chi si è, è guardare la vita di fronte."

Sal Giampino - Scrittura
Del suo veloce volo di Sal Giampino

Del suo veloce volo

A due passi dal centro, all’ammezzato del Palazzo Impero, la prima emittente radio in questa città fu “Radio Lilybeo”, nata dall’entusiasmo di amici che lavoravano già da qualche anno nelle attività dei padri, e che da anni guadagnavano già un piccolo stipendio. Tutti gli altri, relegati più nell’auto-inganno universitario che nella convinzione dello studio, ci accodammo con un’energia che applicammo con grande amore in quell’attività che ci fece balzare all’attenzione dell’intera città in pochissimi mesi.

Programmi messi su con una professionale precisione maniacale, pur essendo noi tutti neofiti, ci donarono presto la voglia di andare, partire, fare altro di più riconoscibile, di più riconosciuto. E dopo qualche mese, alcuni, infatti, partimmo e lasciammo questa avara terra nostra. Così mi ritrovai, a Milano, studente di comunicazione e, subito, junior copywriter nella mia prima agenzia di pubblicità: Roberts Borotalco, Topazio Olio di Semi, Ciocorì e Biancorì Motta, i miei primi successi. Lui, no! Lui amava questa città e amava una ragazza che gli donò, poi, due figli splendidi. Trascorrevamo lunghe giornate insieme, cantando, scrivendo, traducendo testi dei Beatles, Rolling Stones, Deep Purple, Black Sabbath. Ci addormentavamo al “parpagno”, una stanzetta sopra la falegnameria di suo padre, ascoltando musica e sparando cazzate con gli altri amici e suo fratello… Avevamo avuto insieme un gruppo musicale: “Prima Visione” e Lui ne era stato il magnifico chitarrista. Aveva una capacità innata di ascoltare un disco e di rifarlo uguale a Jimi Hendrix, o a David Gilmour in pochi minuti. Il resto del gruppo lo seguiva ammirato. Lui era sornione, spavaldo, virtuoso quando studiava i brani, poi assente, quando suonava. Non ci sentiva più, ascoltava solo la sua musica dentro; la sua revisione della musica fuori che rifacevamo uguale ai dischi appena usciti sul mercato. E poi, programmi musicali alla Radio. Lui ne inventò uno, “Il Discotogo”, assieme a Peppe, altro genio musicista, batterista inarrivabile, di quegli anni settanta.

Io seguivo il mio cuore con “E’ nata una stella”, una monografia ogni notte alla mezzanotte, per un’ora. Ma dopo, dall’una in poi, leggevo le carte al telefono, in una trasmissione esoterica; e mi divertivo a leggere le mani dei miei amici, verso l’alba, tra un cornetto alla marmellata di “Enzo e Nino”, bocconcini con ricotta di “Blandina” e un panecunzato caldo di “Bica”. Quella notte era ormai svanita nel rosa dell’alba che filtrava dalla finestra dello “studio uno” di Radio Lilybeo. Eravamo assonnati e ridevamo per inerzia; a un tratto con un sorriso amaro, Lui mi guardò negli occhi e mi chiese: “Avà dai, leggimi la mano”. Presi, stanco, la sua mano sinistra tra le mie, impolverandola dello zucchero a velo caduto dal mio cannolo. E lui mi fece una battuta che ricordo ancora con dolcezza: “C’era bisognu di mettici u zuccaru, veru? Unn’è manu bona!…” – Ridemmo mentre anche la ricotta gli colava sul palmo e gli rispondevo: “Oramai un si viri cchiù nnenti. Un si pò leggiri”. Però vidi e lessi, ma non dissi; e lo guardai in viso e negli occhi, che mi scrutarono furbi, mandandolo a fanculo, glissando. Lui era il mio amico Piero, morto venti anni fa, a quaranta. Come vorrei solo non averti mai guardato quella mano, quel mattino, dove lessi del “Tuo veloce volo”...

E chissà dove sarai amico - ripensandoti ti rivedo in me - la visione che avevi dell’amore - la tua ironia, e chissà dove sarai - Spesso da ragazzi passavamo insieme - sere inutili e fu in un giorno di festa - per gioco, lo so, io lo so - lessi nella tua mano, - vidi sulla mano - la tua fine... - E così oggi, dalla mia memoria, - scelgo il meglio della vita - e del suo veloce volo - che finisce come, sempre accade, - troppo presto - Qualcosa un po’ di te - mi è rimasto dentro - indimenticabile - per gioco, lo so, io lo so - lessi nella tua mano, - vidi sulla mano - la tua fine...