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"Scegliere di essere chi si è, è guardare la vita di fronte."

Sal Giampino - Scrittura
Niente è per caso di Sal Giampino

Niente è per caso

Non era morto per caso. Di questo ero certo, lo sapevo e lo avrei raccontato per anni a me stesso e agli altri. Niente è per caso, infatti. Anche quando un uomo lascia la propria esistenza in maniera improvvisa, inaspettata.

Oggi so per certo che, se c’è qualcuno in grado di decidere della morte di qualcuno, è solamente l’interessato e mai i cattivi pensieri, o le azioni violente degli altri, o del mondo intorno. In un modo o nell’altro, è sempre l’interessato che volge lo stato delle cose, attraendo, in funzione di ottenere ciò che ha deciso di ottenere, consapevolmente, o inconsciamente che sia. Tutto si attrae per giustificare la propria decisione di “lasciar perdere“. Quello che accade in quei momenti, per chi sta intorno, è vera e propria “expertise” che ci occorrerà per comprendere la nostra morte, quando giungerà d’incanto.

Ero assopito sulla sua poltrona rossa, quel giorno di Settembre, quella che era stata di mio padre nei suoi pomeriggi televisivi di fine settimana, mentre io, sedicenne, uscivo per incontrare amici, o per un cinema. Era talmente sfondata da risultare comoda e avvolgente; mi ci ero rannicchiato dentro, tra la spalliera e i braccioli e, accucciato, sentivo il suo calore, il profumo della sua pelle, uguale a quello che mi piaceva annusare sul suo cinturino d’orologio sdrucito che adesso tenevo in mano, osservando la lancettina rossa correre coi secondi. Non potevo fermarla, non potevo fermare ciò che accadeva, non potevo fermare il tempo che mi attraversava come una spada dolorosa, fendente come quella lancetta rossa. Guardavo le sue mani rigide, gialle e viola, lunghe, eleganti con unghia curatissime e lunghi peli neri sul dorso. Ne ricordavo la dolce ruvidità di quando, io piccolissimo, mi sciacquava il viso al mattino, preparandomi per la scuola, schiaffeggiandomi leggermente e ridendo; divertendosi del mio nervoso non divertirmi. I due monti di venere sotto il pollice erano di un rosso fuoco, ricordo: il cuore, già allora, era in sofferenza, ma nessuno lo sapeva, o forse solo lui. Mani che avevano amato, accarezzato, schiaffeggiato, lavorato, scritto sulle lavagne, insegnato le direzioni della vita a tanti piccoli scolari, trasportato, mosso le cose, sfogliato libri e giornali, imbracciato un fucile, tenuto in pugno una pistola, sparato, forse anche ucciso, in guerra, senza sapere, senza guardare negli occhi l’altro uomo di lingua diversa, ma di uguale cuore, anche lui giovane e un giorno possibile padre di un bambino come io ero stato, dopo, per lui, mio padre. Le lacrime mi annacquarono la vista e mi accorsi che mai gli avevo fatto domande di quel genere e che ora non potevo più perché giaceva freddo, disteso ad aspettare di andar via per sempre. Non avevo avuto la curiosità, o la prontezza di spirito per farlo. Non avrei più saputo se quelle sue mani, le dita, avessero mai coscientemente premuto un grilletto per uccidere, per difesa o per odio, per dovere, per amore di patria, per salvare se stesso, per tornare a casa e darmi vita attraverso il suo amore per mia madre. Chiusi gli occhi sentendo, con le orecchie del ricordo, il suono di una canzoncina che mi cantava da bimbo, cullandomi…”U panaru chinu chinu tuttu u ciavuru du jardinu…” – Mi ritrovai in piedi nel corridoio di quella nostra stessa casa a guardare in sù, verso due sportellini di un ripostiglio sotto il tetto che non restavano mai chiusi. La casa dell’uomo nero, la chiamavo io. Con un salto, da sotto lo stipite della porta sottostante, mi attaccai all’altro stipite di quelle due ante color crema e mi catapultai dentro come un trapezista. Tra le valigie, cartoni di presepe, coperte, “Grand Hotel” già letti e vecchi oggetti in disuso, vidi l’imboccatura di un tunnel buio, nero come l’oblio, mi ci calai dentro e mi sentii scivolare, umidamente, verso un basso senza fine. Finché non sbucai su un prato verde smeraldo, assolato e pieno zeppo di margherite bianche. Rotolai nella freschezza della brina e mi ritrovai tra le zampe di un piccolo cane che mi guardava negli occhi, al contrario. A testa in giù: era Furio, il mio bastardino di quando avevo tre anni. Mi guaì e mi leccò sul viso. La mia voce gli chiese di accompagnarmi, senza che io avessi aperto bocca, e Furio mi rispose, uggiolando: “Seguimi!” – Giungemmo sulla riva di un ruscello di montagna scintillante come le scaglie della pelle di mille sardine guizzanti. Mi accorsi d’essere piccolo coi sandali ai piedi, mentre insieme a Furio attraversavo l’acqua. Dall’altro lato non c’era nulla, solo cielo e terra, e un solo, grande albero che frusciava al vento parole incomprensibili. Furio, giunti ai piedi dell’albero, parlò ancora nella mia testa: “Vuoi conoscere la verità? Guarda nel foro, sulla corteccia.” – Mi avvicinai meglio e poggiai il viso sull’imboccatura di quella “ferita botanica” che aveva giusto la forma ovale del mio viso, una cornice che mi calzava come un guanto, pensai. E vidi un cielo, o non so cosa, uno spazio colorato di milioni di schizzi d’energia vitale, tra essi volavano mille guanti gialli, o erano mani? Mille mani che volteggiavano su se stesse come piccole ballerine di un carillon, e ogni mano portava tra le dita una candela, un vaso, un pupazzo, un cibo, un bicchiere, coltelli, pistole, asce, fucili, sassi, nastri colorati, penne per scrivere, bastoni, pennelli… Oggetti d’ogni genere, foggia, misura, utilità. “Ecco, vedi?” – mi disse Furio telepaticamente – “Quelle sono le mani di tutto il mondo. E’ nella volontà di ognuno di muoverle e renderle utili alla vita del Pianeta, in armonia, partecipando alla gratitudine verso la vita. Sono la propaggine estrema di ogni corpo umano; sono la possibilità estrema di muovere il mondo attorno a noi; sono il più grande mezzo di creazione della nostra realtà. Tutti i giorni. Con esse possiamo costruire, ma possiamo anche distruggere. Se un giorno vorrai, ti accorgerai che, spesso, si muoveranno più velocemente di quanto potrà fare il tuo stesso pensiero, cosciente di mettere in atto un movimento, e ciò ti condurrà verso il perdono di te stesso e degli altri, perché nulla è giudicabile nella vita e nei comportamenti degli uomini. Mani che uccidono uomini e animali, decapitano, eviscerano, spesso, vivono nella totale incoscienza di quegli Esseri spinti dal chiacchiericcio della mente che li vuole forti, potenti e superiori per dominare, per esprimere potere sul mondo a dimostrazione di esistere. Quelle mani non sanno che il mondo fuori è quello che hai dentro e che nulla potrà darti il potere di esistere se non il tuo pensiero creatore, il tuo sguardo, il tuo modo di vedere le cose. Tuo padre, se ha ucciso, non ha visto, non ha giudicato. Non era nel suo cuore l’odio per altri uomini. Guarda ancora!” – Riaffacciai lo sguardo dentro la fessura rivelatrice e vidi una scena di un film di guerra: era buio, notte. Una compagnia di soldati italiani, in ritirata, attraversava un fiume sotto le pallottole nemiche. Vidi mio padre soccorrere un suo soldato ferito che non poteva più trasportare un piccolo cannoncino. Con le sue mani tirò su da terra e spinse quel ragazzo nelle braccia dei compagni ché lo mettessero in salvo, e infilò ancora le sue mani nel fango, raccolse e poggiò sulle sue spalle l’arma, la legò stretta con le mani sporche di fango e sangue; e si mise in coda ai suoi per attraversare anch’egli il fiume. Le pallottole fischiavano, gli italiani cercavano riparo nel buio, e mio padre fu raggiunto da un proiettile dietro la nuca, ma sul cannoncino che gli salvò la vita. “Furio” – urlai col pensiero – “Allora non sarei nato se mio padre non fosse stato generoso con un suo soldato.” – “Vedi?” – mi rispose la mia guida – “Seppe utilizzare le sue mani per agire nella compassione, nell’amore per il mondo, creando il proprio destino. Inconsapevolmente, ma con fiducia nel suo potere interiore…” – Un rullare di tamburi mi attraversò la mente e venni come risucchiato indietro da quel suono; un suono ritmico e legnoso, rimbombante. Come di porta che sbatte ripetutamente. Gli sportelli, pensai. Decisi io, così, di tornare indietro. Ritornai verso il budello buio, mentre il volto del mio piccolo Furio, sorridente, si allontanava in fretta. Fu come sognare di cadere e mi svegliai di soprassalto. Ero ancora sulla poltrona, guardai l’orologio. La lancetta rossa s’era bloccata. Il tempo era fermo. Ebbi un sussulto di speranza, guardai mio padre sul suo letto di morte. Era ancora lì, ancora morto. Gli accarezzai le mani e cercai di muovere quelle dita così fredde, così dritte e dure, ma desistetti per non fargli male. Eravamo solo noi due nella stanza, ma mi sentii di troppo. Mormorii… E un pianto sommesso raggiungeva il mio, fondendosi ad esso. Uscii dalla sua stanza, sorridendogli. Tutta la mia famiglia si muoveva, ora, per la casa, nel silenzio fatto di punta di piedi e pantofole. Un discreto, anch’esso silenzioso, profumo di piatti appena cotti, giungeva dalla cucina. Mia zia, quella con un nome lungo e così cattolico, Eucaristica, ci aveva portato, ma soprattuto a me, qualcosa da mangiare. E così fece per due interi, lunghi mesi, dopo. Nutrire con amore era nel suo nome, nella sua vita. Un pensiero di grande dolcezza e di accudimento sincero che mai dimenticherò per tutta la mia esistenza. Quello era il “caso“: un gesto di vicinanza, espressione di fratellanza per noi al centro del turbine della sofferenza dello spirito. Le guardai le mani: magre, lunghe, con tanti anelli e con le vene così fitte e in superficie, mani avvizzite dai detersivi e da una vita di lavoro. Mani che mi accarezzavano la testa, adesso, mentre masticavo un boccone che non riuscivo a mandare giù, però. Girai lo sguardo verso l’altra stanza, quella in cui dormiva il suo sonno mio padre, gli guardai le mani che si mossero appena in uno ciao, sfarfallando le dita lentamente. Lo guardai in viso, sorrideva. Non era un caso. Niente è per caso.