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"Scegliere di essere chi si è, è guardare la vita di fronte."

Sal Giampino - Scrittura
Il giorno che scoppiarono le nuvole

Il giorno che scoppiarono le nuvole

Di quel giorno, il mio ricordo più presente e impressivo, è il pigiama a righe bianche e marrone di mio cugino Tonino, con lui dentro, di corsa. Continuava ad andare su e giù per la via Roma, rincorrendo amici, chiedendo notizie, avvisando altri parenti che abitavano nella medesima strada. E il lampadario che, sopra la mia testa, danzava, sussultava. E i “brindoli” di vetro che suonavano una musichetta da carillon stonato.

Tutto era stonato quel mattino, anch’io, che ancora nel mio letto e sotto le coperte, al caldo, aspettavo che i miei muscoli si svegliassero e comprendessero se dovevano agire per mettermi in salvo, o se tutto era ancora un sogno in cui urlare non serviva a nulla perché tanto nessuno mai risponde, nei sogni. Era Domenica, le undici, poco più, poco meno. Mi ero svegliato di soprassalto e, nell’ultimo istante di sonno, nel sogno, avevo avuto la visione di me e Michele Tumbarello, mio amico e compagno di giochi a Case Verdi, sotto il letto dei suoi genitori, in un pomeriggio d’estate, quando, spingendo con tutte le nostre forze le reti cigolanti, avevamo simulato il terremoto. E il professore, suo padre, s’era alzato di soprassalto urlando: «Teresa, Teresa, il terremoooto!» Io e Michele eravamo sbucati ridendo, scompisciati, da sotto il letto e ci eravamo presi una bella serie di palettate sulle cosce scoperte dai nostri pantaloncini corti. Sempre ridendo, però. Ecco, il sogno, adesso, era diventato realtà. C’era il terremoto, davvero. Vidi Tonino affacciarsi trafelato alla finestra della mia camera da letto, mentre mia madre e mio padre erano già in piedi e vestiti con una velocità supersonica. I miei fratelli si crogiolavano sotto le coperte come me, lamentandosi per la luce che giungeva dalle persiane spalancate. Volevamo solo continuare a dormire, ma una nuova scossa fece spostare i nostri letti e cadere da sopra l’armadio il mio «Ercolino sempre in piedi» gonfio della mia aria polmonare. Cadde in piedi, come diceva il suo nome e la veritiera pubblicità: per soli cinquanta punti raccattati dalle confezioni dei formaggini, era stato un buon acquisto, no? Sincero! Funzionava! Ero in piedi anch’io, accanto a lui. Tutti in piedi, ora, con gli occhi stralunati dal sonno e dalla sorpresa. Guardai fuori e ricordo un cielo di un colore plumbeo, come se riflettesse fumi di lontani incendi, e con le nuvole frantumate in piccoli cirri, come fosse scoppiata una bomba, al loro interno, che aveva disperso i bianchi vapori nel giallo del sole mattutino. La cosa si faceva seria. Cominciavano a giungere notizie molto velocemente – non so come, visto che non c’era Internet – di disastri avvenuti a Salemi, Vita, Gibellina… Tutte città che conoscevo per nome e perché c’erano nati tanti dei miei amici conosciuti in colonia estiva qualche anno prima, ed altri, conosciuti proprio in quel periodo, visto che mio padre aveva organizzato la colonia permanente invernale. Pensavo a loro, in quel momento, che comunque restavano al sicuro alla «Villa del Sole». Chissà, mi chiesi, se le loro case, nei loro paesi di provenienza, avevano resistito, perché l’epicentro di quelle scosse non era la nostra città, ma le loro. Anche se, per tutti noi, la scoperta del potere sconosciuto della natura, della sua forza incontrollabile, era stato solo un sorprendente momento di consapevolezza della nostra piccolezza, per tanti di loro fu l’angoscia della morte di genitori, parenti e amici che mai più avrebbero rivisto. Ricordo che piccole scosse si susseguirono per tutto il giorno, per tanti giorni; e i nostri cuori le seguirono. Mio padre che, già nella mattinata, era corso, appunto in colonia, per organizzare momenti di sicurezza e protezione di tutti i ragazzini ospiti, era tornato sconfortato dal fatto che le notizie che giungevano fossero terribili. Tutta la Valle del Belice, nelle province di Agrigento, Trapani e Palermo, era stata coinvolta da un disastro di cui noi sentivamo soltanto l’eco, fino a quando in TV non cominciarono ad apparire le prime immagini del disastro coi loro numeri spaventosi: «14 centri colpiti, 370 morti, 70.000 senzatetto. Gibellina, Poggioreale, Salaparuta, Montevago, completamente distrutte. Menfi, Partanna, Camporeale, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Sambuca di Sicilia, Sciacca, Santa Ninfa, Salemi, Vita, Calatafimi e Santa Marghertita Belice, in ginocchio». Ricordo che l’Unità, il quotidiano che leggeva mio fratello Franco, titolò: «E’ STATA UNA STRAGE»…

Mi ritrovai con i miei amici della colonia alla «Villa del Sole», nel pomeriggio. Mio padre e le dirigenti avevano deciso che i dormitori in villa non fossero sicuri per la vetustà della costruzione e i materassi vennero tutti portati, e disposti per terra, in refettorio: una costruzione nuova e, soprattutto, con un tetto in Eternit, dunque poco pericoloso per il suo peso durante un eventuale crollo. Oggi, sappiamo quanto fosse pericoloso, comunque, per la sua tossicità. Ma quello era un tempo di scoperte ritardate da un’incoscienza popolare costruita e mantenuta da governi primitivi, per certi versi.

Quello fu per tutti i ragazzi, sebbene addolorati dall’aver perso, alcuni di loro, i propri contatti con i paesi di provenienza e le loro origini, un momento di grande libertà e anche di divertimento scanzonato che tingeva il dolore di incoscienza volontaria. Si mangiava tutti insieme, si dormiva tutti insieme. Non si andava a scuola. Le lezioni erano sospese ovunque, e la cosa durò qualche mese. Le cuoche preparavano tutti i giorni dolci tradizionali e pranzetti succulenti. Il cibo iniziò a sopperire la mancanza di notizie dagli affetti più cari, e anche la certezza di qualche anziana nonna, morta per il dolore di aver perduto tutta una vita sotto le macerie. Non che la dolcezza e la comunità cancellassero tali dolori, ma sicuramente l’Amore che ne scaturiva proteggeva i cuori sofferenti dei ragazzini. Si giocava tutti i pomeriggi fino a che i fari del campetto di pallacanestro rimanevano accesi, fino a tardi, fino a che non fosse ora di rientrare nel grande, protettivo refettorio col tetto di Eternit, fino a che c’era voglia ed energia per continuare a dimenticare, restando immersi nel gioco obnubilante. Tutte le vigilatrici, i maestri, le maestre, i dirigenti, sembravano essere diventati più buoni, persone vere, non più simboli. Avevano tolto le loro maschere di controllori educatori e di addomesticatori delle vite dei ragazzi. Non c’erano più barriere e tutti cominciavano a darsi del tu. Fu un vero e proprio laboratorio sociale. Non c’erano più ruoli cattedratici. Eravamo tutti vittime. E tutti, alla sera, dopo stancanti giochi da tavolo e di carte, si andava a letto nella paura di mai più risvegliarsi. I materassi per terra, vicinissimi tra loro, ci permettevano di guardare negli occhi dell’altro il terrore di prendere un sonno incontrollato, di cadere nell’incoscienza, ma tutto ciò accadeva, ogni sera, nella certezza di non essere più soli, nella certezza che potevi allungare una mano al vicino di letto e che lui o lei te l’avrebbe stretta senza chiederti perché. Ero un ragazzetto, ormai, non più tanto lontano dalle realtà psicologiche che accompagnano gli Esseri umani, e mi chiedevo fino a quando tutto ciò sarebbe durato, e se occorressero terremoti e disastri per comprendere che tutti siamo «Uno», che tutti cerchiamo solo gentilezza e amore nelle nostre vite, e compassione, e serenità, e gioia, e felicità, e vicinanza degli spiriti e dei corpi. Il distacco da tutto ciò avvenne lentamente e per gradi, ma tutti, pian piano, uscirono dal loro naturale desiderio di semplice verità del Sé, per tornare alla normalità di una vita vissuta nelle regole della società, nel controllo dei gruppi, nell’addestramento delle vite proprie e altrui. Non ci furono più scosse, né di terra, né nei cuori. Oggi, ripenso a quei giorni, così come molti anziani che ho conosciuto nella mia vita, rimpiangevano il pane nero, il caffé di cicoria, la mancanza di zucchero, le scarpe sfondate riparate col cartone, e i cappotti rivoltati, nei tempi di guerra e subito dopo. La solitudine è la naturale condizione delle nostre anime ed è quella più ovvia per un Essere umano che nasce solo e muore solo. E, in questa nostra vita di ricerca del nostro Sè spirituale, in questa vita in cui incontriamo sempre specchi di noi che ci riflettono le nostre paure, ritrovarsi nella condivisione di un amore planetario rimane ancora un sogno. La mia esistenza terrena non è lontana dal suo logico termine e non vedrò di certo un nuovo mondo, ma sono felice di essere un uomo che ha saputo vivere, con consapevolezza, quei giorni in cui le nuvole scoppiarono in una pioggia di lacrime che portò, per una volta, Amore senza condizioni nei cuori di noi tutti.

A proposito d’Amore: Michele fu mio compagno di Liceo e, anni dopo, divenne un bravissimo chirurgo. Sposò una bellissima ragazza venuta a vivere nella nostra città da Montevago, proprio a causa di quel terremoto. I nostri giochi infantili erano stati attrattivi di accadimenti che avrebbero modificato le vite che sono sogno, che sono realtà. E io? Io continuai a sognare per la mia vita.