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"Scegliere di essere chi si è, è guardare la vita di fronte."

Sal Giampino - Scrittura
Quando quando quando di Sal Giampino

Quando quando quando

La felicità che coglie nel cuore un bambino di otto anni, quando tiene la propria mano in quella del suo papà, era esattamente quella che provavo in quel momento io. Era Gennaio. Quell’inverno del 1962 era stato molto piovoso e le stradine del mio quartiere erano state scavate dalla pioggia incessante. C’erano più pozzanghere che selciato, ed io mi divertivo a saltarle, volando, attaccato, in un tutt’uno, col braccio forte di papà che mi sorreggeva e mi lanciava in alto.

Adesso pesi poco, pesa poco la tua vita, sei piccolo… Un giorno dovrai saltarle da solo le pozzanghere della vita. Dovrai affrontare tutte le difficoltà della tua condizione sociale, e non ci saranno mai braccia sincere a tenerti sù per volare sul fango.” – Mi diceva così, sorridendo un po’ triste per quel mio braccino insicuro per cui poco, o nulla, era riuscito a fare pur sacrificando, alla mia nascita, i suoi studi universitari per dedicarmi tutte le risorse economiche di cui disponeva. E ridevo anch’io, divertito dai voli, ma pensieroso riguardo a parole, forse, così gravi per un bambino, senza curarmi del mio piccolo difetto che oggi ringrazio, così come ringraziai, presto, quelle sue parole perché costruirono la mia integrità imminente e futura.

Quelle stesse pozzanghere erano causa di incidenti ricercati nella ingenua idea, infantile e magica, di poterle superare volandoci dentro e attraverso con le nostre bici. Tutto il nostro gruppo di ragazzini, con pedalate vigorose, ci cascava dentro; e gomme e camere d’aria, infine, saltavano dai cerchioni o scoppiavano, afflosciando ogni entusiasmo di gioco. L’addetto personale alle riparazioni della mia bici era mio fratello Nuccio. Era stata sua, prima che io sapessi reggermi in equilibrio. Era una bici pesantissima. Di ferro. Rossa. Così, spesso, era costretto a prenderla sulla spalla, infilando il braccio sotto la canna, e andare verso “Porticella“, dove un meccanico lo attendeva con un’aspettativa periodica, soddisfacendo la nostra continua necessità di rappezzare, e mai sostituire, le camere d’aria di entrambe le ruote. Non conoscevo quel meccanico, ma lo pensavo sempre in attesa, e lo vedevo sempre intento a saldare, rappezzare, aggiustare motorini e auto. E, ovviamente, la mia bicicletta. Tranne quel giorno. Nuccio tornò con la bici di nuovo in spalla, invece che guidandola e correndoci sopra con mia grande e disperata gelosia. “Il meccanico era chiuso” – disse, e anche il “bicichittista“, poi, vedendomi deluso, aggiunse che pure il pasticciere, il fornaio e il mercatino del pesce, lo erano. “Il meccanico ha vinto alla Lotteria! 150 milioni. E’ ricco! e non lavora più.” – “E la mia bicicletta?“, sospirai affranto con braccia e testa penzolanti – “Ne troveremo un altro.” – soggiunse mio padre.

Quell’anno Canzonissima era stata vinta da Tony Renis con “Quando Quando Quando“. E pure per me, quella, era la domanda del giorno, ma poi tutto si aggiustò. Tornai a correre coi miei amici di Case Verdi, scorrazzando felici per le stradine fino alla “salineddra“…E fu lì che un mattino, ancora freddo, di primavera, incontrai quell’uomo in tuta blu e cerniere. Era piccoletto, coi capelli neri e lucidi di brillantina. Stava col viso dentro le mani aperte a maschera, e guardava il mare tra gli indici e i medi, seduto sul tronco secco di un albero buttato sulla riva. Mormorava qualcosa, a bassa voce, cantilenando triste. “Signore che fai, preghi?” – non si mosse, ma mi aveva sentito perché zittì il suo lamento, e notai le sue spalle alzarsi sotto la spinta di un lungo sospiro, come se avessi scoperto un suo segreto. Poi, girò il capo verso di me e guardò la mia bici, sorridendo.” – “Avevo un meccanico bravissimo che me la riaparava sempre, ma adesso è diventato ricco.” – “Davvero? E tu lo conosci questo meccanico? – “Io no, alla bici ci pensa mio fratello.” – “Io non sono più ricco, guarda! Avevo tanti soldi, ma ho perso tutto quello che possedevo” – E così dicendo mi mostrò un rotolo di banconote legate con un elastico: “Sono gli ultimi, li vuoi tu?” – Scossi la testa con decisione e feci un passo indietro, intimidito. – “Non dormivo più da quando quando quando ho vinto.” – Accidenti! Era il mio meccanico milionario, disperato per aver vinto alla Lotteria. Mi disse che non aveva più amici, che i parenti lo assillavano di richieste e che viveva una confusione della mente per cui avrebbe voluto sparire per sempre. Pensai che la ricchezza improvvisa può cambiarti la vita, ma quando è la fortuna a decidere, e non tu, e tu non sei pronto, la felicità sfugge via come l’aria da una gomma bucata. Gli ripetei le parole che mio padre aveva detto a me riguardo alle buche che incontriamo nella vita, alle pozzanghere piene di fango. Ricordo che mi fissò con una intensità da primo piano cinematografico. Si alzò accarezzandomi la testa e dicendomi: “Dì a tuo fratello che domani riapro l’officina, ma tu non bucare, adesso.” Saltò sulla sua Alfa Romeo e sparì, portandosi dietro una nuvola di alghe secche. Rimasi a guardare la corsa di quell’auto e lo vedo ancora chiaro, oggi come allora. Scesi dalla bici e la condussi fuori dalle spine con calma e senza il mio peso sopra. Mi ripetei ancora le parole di mio padre e mi accorsi da subito che mi avrebbero sempre guidato fuori dalle spine dell’esistenza, facendomi accettare e amare tutto ciò che sarebbe arrivato nella mia vita senza pensare alla ricchezza, ma solo alla prosperità. Tutto ciò che avrei sognato e desiderato e amato. A cominciare da me, dal mio braccino “insicuro”. Così lo ringraziai perché mi dava la capacità di vedere la sofferenza negli altri; ringraziai la mia testa e il mio cervello perché mi aiutavano a capire; il mio cuore perché mi faceva amare la gente; le mie gambe perché mi portavano fuori dalla salineddra senza danni; i miei piedi perché mi avrebbero condotto lontano nella vita; il mio stomaco perché digeriva tutto ciò che mangiavo, dandomi energia; i miei polmoni perché mi davano la gioia di respirare e di vivere; le mie ossa perché sostenevano il mio corpo… Cominciai ad amarmi e non ho mai smesso di farlo, pur amando tutti intorno a me, senza egoismo, mai. Compassione, Amore e Altruismo sono la ricetta per la felicità, ma solo se accompagnati dall’accettazione di ciò che siamo, con la “speranza” di riuscire. Ho imparato, attraverso il mio ascoltare, che esistono due tipi di speranza: una autentica che ci permette di vivere; una falsa speranza che ci impedisce di vedere il vero stato delle cose perché annebbia l’intelligenza. Quella autentica ci spinge all’azione e non all’attesa. E pregare non serve. L’azione è molto più importante del solo pregare. Se le nostre intuizioni, le nostre proiezioni, non si concretizzano in un’azione pratica ed efficace, diventano inutili e pericolose. Implodono nel danno. La vera felicità ci giunge dall’azione intelligente e non dalla sola speranza di felicità che possa giungerci dall’esterno a noi.

Il mio meccanico riaprì l’officina. Non lo rividi mai più. Sono certo che sarà stato felice per il resto della sua vita. Senza rimpianti, senza più soldi, ma felice.