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"Scegliere di essere chi si è, è guardare la vita di fronte."

Sal Giampino - Scrittura
La città invisibile (Vecchio fiacre) di Sal Giampino

La città invisibile (Vecchio fiacre)

Erano piccole e tutte nere, anche se a noi, ragazzini della periferia di questa città, oggi inghiottita dall’edilizia sul lungomare, sembravano enormi. E portavano con sé un mistero che odorava di cuoio e cacca di cavallo, erano le carrozze. La signora Cammella, che abitava al secondo piano della mia palazzina, a Case Verdi, ne usufruiva spesso.

Era un donnone enorme sempre vestito di nero, e moglie di un brigadiere in pensione, ma la carabiniera era lei. Ricordo che ci odiava tutti, noi ragazzini, per la nostra esuberanza che non poteva né colpirla, né danneggiarla, visto che abitava così in alto da non poter mai essere raggiunta dai nostri palloni di calcio o dai nostri scherzi. Di contro, lei, per farci abbandonare la “sua” piazzetta, ci innaffiava periodicamente con la pompetta del clistere. Enorme quanto lei.

In uno di quei soliti pomeriggi invernali, di giornate trascorse a rincorrerci coi cani e a giocare a pallone, aspettando che fosse abbastanza buio per giocare a nascondino o all’orso, ne arrivò uno di fiacre, stranamente di un ricco colore rosso. Tutti noi lo rincorremmo per gli ultimi metri, finché non si fermò davanti al portone dei Cammella. Come sempre, attorniammo cavallo e carrozza con curiosità, mentre il cocchiere ci lanciava sguardi ammiccanti di rimprovero preventivo. Il cavallo era nervoso, nitriva e scalciava. Ci sedemmo sul muretto e aspettammo l’arrivo della passeggera. Il brigadiere si affacciò al portone in alta uniforme, e sua moglie, generalessa, in un abito lungo e prezioso, nero, con merletti e luccichii di festa. Un cappellone con piume di struzzo le guarniva il capo, e addobbava pesantemente il suo volto porcino che mi ricordò il ritratto di re Enrico VIII d’Inghilterra, dal mio libro di Storia. Salirono entrambi sulla carrozza che ne soffrì pesantemente, trasferendo preoccupazione al cavallo che nitrì, già affannato. A questo punto, correre dietro al fiacre era un obbligo cui non ci si poteva sottrarre, e facemmo a gara, e a turno, per cercare di salire sull’asse posteriore, tra le due ruote, che si trasformava in predellino per due o tre di noi per volta. Io, Michele e Tommaso eravamo i più veloci, in questo gioco, e ci alloggiammo comodamente, mentre il cocchiere che non ci vedeva, ma capiva, cercava di cacciarci come fossimo stati mosche, facendo schioccare la “zotta” e colpendoci, qualche volta. Giungemmo al limite massimo del nostro “territorio” di gioco: “A punta“, all’inizio del Corso Gramsci, lì dove per noi finiva casa nostra e iniziava la città. Michele e Tommaso si lasciarono scivolare. Io, non so perché, rimasi incollato, come ipnotizzato, a quel sedile stretto e scomodo che mi avrebbe condotto chissà dove. Non riuscivo a scivolar via per tornare dai miei due amici che urlavano e si sbracciavano disperati ricordandomi che, a casa, avevo una madre ad aspettarmi, e anche il battipanni. Osservavo la città dal basso e guardavo i tetti delle case ai lati delle strade; tetti che man mano divenivano fregiati, e con architetture più curate. Non come quelli delle nostre palazzine, gialli e uguali parallelepipedi da presepe.

Gli zoccoli del cavallo, che prima affondavano, silenziati dalle strade polverose, adesso schioccavano sull’asfalto nero e lucido di umidità serale. S’era fatto buio e i lampioni accesi rischiaravano i marciapiedi coi pochi passanti frettolosi verso casa, o verso le loro mete: un bar, il cinema, una passeggiata. Poi molti, tanti, tutti insieme. Una ragazza piccolina, biondina, con un fazzoletto tricolore legato al collo, corse incontro a un uomo alto e magro che agitava la coppola, segnalando di essere arrivato prima di lei; si abbracciarono e si baciarono sulle labbra, proprio mentre la carrozza curvava. Non li rividi più per anni… fino ai giorni del Jazz. Sentivo, sempre più presenti, voci di popolo, urlare dai megafoni, parlavano di vittoria, cantavano “Bandiera rossa” e “O partigiano portami via…” Ci fermammo e scesi anch’io, ignorando i Cammella che, peraltro, non mi videro. Il cocchiere mi strizzò un occhio, ridendo sguaiato. Mi parve un diavolo.

Non sapevo dov’ero: in una piazza piccola che non avevo mai visto prima; e così piena di gente, così rossa di bandiere e tricolori. Quella era la mia città? La città in cui ero nato e vissuto fino ad allora senza conoscerla? Mi sembrò bella, allegra, meritevole di fiducia. Sorrisi. Ma certo! Le elezioni comunali, mi dissi. Ecco il nuovo Sindaco sul palco, a cavallo. Con la fascia tricolore e il pancione che non gli fa chiudere la giacca. Chissà perché, mi chiesi, la gente che conosco io non ha la pancia grossa. Forse mangiano poco? Ero immerso nella folla, annaspavo nella festa. I tetti, di quella città che non conoscevo, erano scoperchiati e mille bagliori colorati attraversavano il cielo. Funamboli vestiti da Pierrot e da Arlecchino, attraversavano lo spazio tra un palazzo di marmo e la torre del campanile, illuminati da potenti riflettori coloranti. Grandi uccelli con le ali di specchio planavano verso la folla e se ti capitava di essere riflesso dalle loro piume argentee, rimanevi catturato e ti portavano via con loro. Ingannevoli Arpie. Decine di palloni da spiaggia, leggeri e colorati a spicchi, piovevano dal cielo e ognuno cercava di accaparrarsene uno da portare ai bambini rimasti a casa. Mentre lanterne cinesi si alzavano in senso contrario. Un motoscafo giunse e si aprì un varco spartendo le acque di gente che rideva, saltava, mangiava “genovesi” e “spagnolette“. Urlava. I rumori, le grida, la banda che suonava, i canti, mi sollevarono la mente fuori da quella fantastica allegria. “Preferisco una “Iris“, urlai a u zì Nené, il gelataio col berretto da comandante di marina che, offriva dolci a tutti, sbavandoci sopra. “Ma tu cosa fai qui, piccolo?” Mi chiesero due bellissime e bionde gemelle vestite d’azzurro, con gli occhiali uguali, a farfalla, e con gli strass. “Voglio diventare sindaco!” Risposi coraggioso e folle. “Vieni con Noi, il sindaco siamo Noi” – “Ma voi siete due, e il panzone?” – “Gli abbiamo aperto la valvola. E’ volato via. Non è più cavaliere a cavallo.” – “Adesso comanderemo Noi questa città. Faremo piovere, faremo splendere il sole. Costruiremo giardini penduli e offriremo felicità su vassoi d’argento. Vuoi venire con Noi? Sali sul palco! Adesso si parte! Ne abbiamo di benzina!” – “No no! Preferisco la natura; e restare coi piedi per terra, sognando.” Li guardai, i miei piedi. Erano enormi e avevo grosse scarpe nere. E mentre li guardavo, diventavano sempre più piccoli: le scarpe cambiavano di colore, bianche, marroni, blu, sandali, sparivano, ancora nere e piccole. Sotto, l’asfalto correva, sfuggendo ai miei occhi. Guardai in avanti, Tommaso e Michele mi urlavano di saltare. Saltai. Ero di nuovo con loro. Li abbracciai ridendo. “Ma runni vulia iri” – mi disse in un orecchio Tommaso. La zotta schioccò e ci colpì sulle gambe, come sempre. Punito per aver sognato, mi dissi. Ma la vita è un sogno, e la realtà è la stessa cosa. Quando raggiungi la felicità, c’è sempre qualcuno che vuole colpirti con un colpo di “zotta” – disse Michele. Tommaso mi guardò negli occhi e, ridendo furente per il dolore bruciante, farfugliò: “Uno di questi giorni, ‘sta zotta gliela facciamo sparire noi.