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"Scegliere di essere chi si è, è guardare la vita di fronte."

Sal Giampino - Scrittura
Ai confini della verità di Sal Giampino

Ai confini della verità

Era una notte di Febbraio. Le quattro. Ero appena venuto via da una festa in maschera casalinga, una di quelle serate con bocconcini ripieni, tartine con burro e citterino, bibite zuccherate e niente alcol che, negli anni settanta, condivano gli appuntamenti festaioli di noi giovani appena diciottenni della Città del Popolo.

L’aria del lungomare era fredda e mi penetrava i pantaloni, giungendomi su per le cosce fino all’inguine, e annullava così la presenza protettiva di quel leggero mantello, double-face e di raso, azzurro fuori e bianco dentro, che per motivi di “scena” non avevo potuto coprire con un cappotto pesante e sgualcente. Sotto, avevo solo una leggera tutina di calzamaglia nera. Un pendaglione di vetro, ricavato da un vecchio lampadario, guarniva il mio petto, sostituendo il diamante azzurro del Direttore Supremo, capo del programma 999. Mi ero mascherato da “Ashtar Sheran”, il mitico comandante della flotta spaziale proveniente dalle profonde galassie, e avevo addosso, giustificatamente, il gelo delle stelle. Mi ficcai, saltando a gambe unite, come fosse stata una capsula spaziale, dentro la seicento color sabbia che era stata di mio padre e che ora era rimasta a me. Un oggetto identificato e non volante che cercavo di rendere accogliente con fregi e adesivi colorati. Proprio come quando, da ragazzini, tutti, legavamo le stecche degli “ascaretti” ai tubolari delle nostre bici, facendoli rumoreggiare al contatto coi raggi, simulando così il crepitio di un motorino elettrico. E si andava più veloci. Dall’altro lato della macchina, all’unisono, aprì lo sportello Mandrake: era il mio più caro amico, e tuffandoci dentro contemporaneamente, ci scontrammo spalla contro spalla, facendo rimbombare quel poco che restava di lucido nei nostri crani annebbiati da sonno e stanchezza. Ridemmo sguaiatamente mandandoci a fanculo. La men che fedele Fiat si mise in moto con un lungo sussulto della batteria quasi a terra, ma si riprese presto pompando energia meccanica nei polmoni di quel motore ormai stanco. I nostri fiati, le risate e le cazzate a ruota libera avevano già appannato in un minuto il parabrezza, e lo straccio unto che usai per poter guardare la strada, inviscidì la superficie del vetro rendendo la visione di ogni cosa oleosa e doppia. Fintamente irreale. Era come guardare attraverso il foro di un caleidoscopio dove le luci dei lampioni arcobalenavano, scivolando plastiche. Stanchi di ripulire inutilmente quel vetro ormai unto, ci accasciammo ancora ridendo sui nostri sedili, sfiatando.

– “Hai visto Giacomina come ti guardava?” – mi disse Gaspare ammiccando.

– “Ma che cazzo dici! Se quando ho provato a baciarla mi ha mollato un ceffone che per fortuna ho scansato, facendole colpire la vetrinetta della nonna che è andata in frantumi.”

– “Cazzo! Davvero? S’è fatta male? S’è tagliata la mano? Peggio per lei!”

– “No! Per fortuna. Ma ci sono rimasto male. Io le donne non le capisco proprio. Prima ti lasciano intendere… e poi non appena ti lanci, ti stupiscono con una reazione che non ti aspetti. Sembriamo esseri di due mondi diversi… Noi di Marte, loro di Venere.”

– “E’ vero! E’ un paese del cazzo. Ci sono ragazze del cazzo.”

– “Sì, magari fossero ragazze del cazzo!” – E ridemmo ancora come ubriachi.

Partimmo, finalmente. La strada correva dritta e sicura per un po’, ma poi una serie di curve la rendeva scivolosa e pericolosa per l’umidità salata che veniva dal mare a dieci metri di distanza, e per la presenza di alghe trascinate dal vento fin lì. I nuovi lampioni, da poco installati dalla Florio in poi, illuminavano la strada lucida con fiotti di luce giallo-rossastra. Il mare era piatto e scuro, ma la luna rifletteva sull’acqua una scia luminosa e spezzettata, di un bianco algido. Si potevano scorgere le sagome blu delle barchette ballonzolanti al ritmo delle onde.

– “Accendi la radio, sentiamo che musica trasmette Gaetano.”

Red House di Jimy Hendrix inondò l’abitacolo di un’armonia ipnotica che ben si addiceva al nostro stato…come dire…un po’ levitante, tra le righe di un pensiero non nascosto che ci rendeva malinconici quando riuscivamo a guardarci negli occhi: “Partire”. Lasciare quella terra, bella ma ingenerosa di novità e di un futuro sognante. Un futuro che non fosse entrare in banca o alla posta. Un futuro incerto, forse anche insicuro, ma più originale, più coerente coi nostri caratteri. Eravamo due ragazzi diversi dagli altri, o forse cercavamo solo di esserlo. Studiavamo musica insieme, suonavamo in un gruppo rock insieme e amavamo insieme gli stessi autori americani: Steinbeck, Hemingway, Scott Fitzgerald… e…Asimov. Spesso parlavamo del sogno di incontrare gli alieni, di vederli, di provare l’emozione di non essere soli in questo Universo. Un’emozione che ricercava la sicurezza di un’esistenza semplicemente giustificata. Anche quella sera.

– “Hai visto che luna? Chissà chi ci sta guardando da lì.”

– “Speriamo! Penso proprio che sia impossibile. Non può essere che siamo soli in questo cazzo di universo. Io e te, due mosche, due formiche, due pulci nell’universo.”

– “Ti ricordi? Nella “Guerra dei mondi” quando arriva la meteora incandescente che poi è un’astronave, tutti pensano di potersi avvicinare come amici. Tutti pensiamo di trovare degli amici lassù come se fossero angeli mandati da Dio. Te lo dico io che sono Ashtar Sheran…Sai che quando è morto papa Giovanni, sulla cupola di San Pietro c’era una formazione di cinquantaquattro dischi volanti, e che è rimasta lì non so quanto tempo ad aspettare non so che cosa?”

– “E tu sai che accadde la stessa cosa all’imperatore Costantino quando vide in cielo “In hoc signo vinces?”

– “E noi che vediamo in cielo? Guardiamo un po’… Non c’è una stella. E’ tutto buio…”

– “Guarda, guarda… una luce. Fermati!”

– “Sì, la luce di tua sorella!”

– “Cazzo! Ho detto fermati! C’è davvero una luce. E’ blu.” –

Mi fermai. Scendemmo dalla macchina che s’era già spenta di suo.

Se dovessi dire ciò che accadde da quel momento in poi, non saprei dare una sequenza logica ai fatti, ma posso raccontare per immagini tutto ciò che è ancora impresso nella mia memoria: “Una sagoma enorme e scura di forma triangolare, si stagliava netta nel cielo di un profondo blu di prussia. Tutto intorno ad essa, luci come di albero di natale, piccole e di mille colori. Sul mare, in lontananza, i lampi di un temporale in avvicinamento. Dal triangolo scuro pendevano dei fili luminosi, argentei. Venti o trenta piccole sfere, tutte quante avvolte da una luce arancione e fosforescente, si calavano lentamente dai fili d’argento come fossero stati ragni da una ragnatela, e giungevano in acqua, galleggiandovi. Il triangolo, subito dopo, roteò su se stesso e, per la velocità divenne una sfera anch’esso, di un azzurro elettrico. Un vento fortissimo investì la seicento sulla quale un milione di alghe umide si scagliò con la forza di un tornado, facendole cambiare colore. Ashtar guardò Mandrake. I nostri mantelli svolazzavano furenti, mentre le sfere si avvicinavano alle rocce di fronte alla piccola discoteca-chiesa protestante, proprio al limite del porticciolo. Avemmo, appena, la forza di muoverci nel turbine di vento e di pensieri inconsulti che ci investiva. Rientrammo in macchina. Provai ad accendere. Niente. La batteria non rispose. Le sfere arancione erano sbarcate poco lontano dai mille garibaldini della Piemonte. La loro luminosità era tale che tutto intorno non aveva più il proprio colore, ma il loro. Ci fu come uno scoppio e ci ritrovammo in corsa con l’auto a mille, come proiettati verso il luminoso, nuovo lungomare di palme, appena dopo “El Patio”. Frenai fischiando e bruciando le gomme. Sbattemmo i volti contro il parabrezza.

Eccoli lì. Mandrake e Ashtar Sheran, il mago e il comandante della flotta spaziale interstellare che si guardano fissi negli occhi, che si abbracciano. Che piangono.

Io e Gaspare non parlammo mai più di quella sera, ma tutte le volte che ci rincontriamo e ci guardiamo negli occhi, vediamo l’uno nell’altro la presenza sconosciuta di una forza superiore che ha sfiorato le nostre vite concedendoci di sognarle. Ne abbiamo approfittato entrambi, senza mai dircelo, ma con nel cuore la certezza di un dono superiore, non divino, perché dio siamo noi.