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"Scegliere di essere chi si è, è guardare la vita di fronte."

Sal Giampino - Scrittura
Gli Argonauti di Sal Giampino

Gli Argonauti

Stringevo nella mano cento lire e camminavo spedito sul marciapiedi di mattonelle nere di bitume, nuovo di zecca, ma già saltellante, anche sotto i miei infantili passi. Era inverno, le sei del pomeriggio circa..

Al Mignon, appunto un piccolo cinema di periferia, davano “Gli Argonauti” un film mitologico di cui tanto si parlava per i suoi trucchi impareggiabili. Nell’epoca dell’analogico, ancora non digitale, ogni manipolazione cinematografica che non avesse riscontro con la realtà vissuta era considerata magia. Per me, ragazzino coi pantaloncini corti, e con le cosce macchiate a mortadella per il freddo, sarebbero stati magici i pantaloni lunghi di mio fratello, in quel momento, anche se mi accontentavo dei calzettoni di lana in stile scozzese. Il sudore aveva annegato la moneta nella mia mano, rendendola saponata e bruciante. Avevo nove anni e uscivo di casa, da solo, per la prima volta; e con soldi miei da spendere per quella che era la mia passione: il cinema. Giunsi all’angolo della Via Capuccini ed entrai dopo aver percorso, da “CaseVerdi” a lì, appena trecento metri, ma mi sentivo come Giasone alla ricerca del Vello d’Oro. Il bancone della biglietteria era altissimo, vi poggiai sopra, sul margine, la mia moneta di nickel ed ebbi in cambio un biglietto rosa. Entrai nel buio della sala e subito mi sentii afferrare per il cappotto. Era Gaspare, un mio amico della Colonia Estiva. Corremmo a sederci in prima fila mentre il Cinegiornale ci mostrava immagini in bianco e nero già viste, uguali, in TV: il Presidente Segni e Sofia Loren con Leone e Fanfani sorridenti e con occhi strabuzzati sulle tette di lei. Gaspare, nel momento in cui la nave degli Argonauti partì, attaccò pure lui a fumare la prima delle otto Nazionali Super con filtro che aveva in una bustina, bianca e piccola, come quella delle mie figurine Panini. Me ne porse una dopo averla accesa dalla sua: “Unn’avemu cirina, ni l’amu a fumari tutti o n’avota”. Trasalii. Fumammo, cercando di aspirare, tossendo e strozzandoci. Il film era iniziato già da un po’, quando mi sembrò di vedere sullo schermo degli scheletri che combattevano contro gli Argonauti, mi girai verso Gaspare per chiedere e condividere l’allucinazione, ma non lo vidi, avvolto com’era nella sua personale nuvola azzurra. La testa mi sobbalzava dal collo, come colpita dai fendenti “ossei”. La sentii staccarsi e rotolare sul cemento verdastro del cinema con nauseabonda vorticosità. Quel film era veramente magico, ricordo che credetti di pensare. Gaspare mi poggiò sulle labbra la mia quarta sigaretta della mia “prima volta”. In un momento vidi piovermi addosso migliaia di incendiarie frecce avvelenate. Stavo sulla nave pure io, con Giasone, e la vela romana mi batteva sulla nuca, o forse no. No! Certamente. Era la mano di mio fratello Franco che ridendo mi assestava scappellotti mortificanti, ma educativi: “Chi ssì cretinu a fumari accussì? Amunì susiti, foizza! Amunì a casa! Ora c’u ricu eu o papà”. Uscimmo. L’aria fredda della sera mi dette il colpo di grazia e lo stomaco si capovolse. Vomitai il mio Duplo che nel pomeriggio aveva farcito la mia merenda solita: una BriossFerrero all’albicocca. Franco mi asciugo le labbra col suo fazzoletto, accarezzandomi la testa.: “Un ti preoccupari! O papà un ci ricemu nenti”, mi disse con un sorriso complice, stringendomi sotto la sua spalla. Guardavo verso la Via Sappusi un po’ assente, vedevo ancora scheletri spadaccini volarmi intorno come moscerini luccicanti. Dopo anni, scoprii che gli scheletri combattenti, nel film, c’erano sul serio, ma continuo a non fumare, forse credendo che riappaiano, o forse penso di poter perdere, facendolo, il “mio” Vello d’Oro conquistato quella sera di tanti anni fa: l’Amore incondizionato di mio fratello.