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"Scegliere di essere chi si è, è guardare la vita di fronte."

Sal Giampino - Scrittura
Il bacio di Fisunilla di Sal Giampino

Il bacio di Fisunilla

La mula – accecata da un panno nero, straccio dai pantaloni smessi di “u zi Biaggiu” – continuava a girare stancamente alla continua ricerca di una sua meta che non sarebbe mai giunta, in quel mese di Agosto di villeggiatura al “Ponte”.

Col mio scopino di saggina scartavo delicatamente i semini, cercando di far sì che la griglia, setaccio da muratore, posta proprio sotto lo scolo del mosto, non si otturasse e continuasse a favorire la raccolta del succo pulito della spremitura. Sotto il sole accecante, nel bel mezzo della piazzetta tra i “malaseni” e le abitazioni, c’eravamo solo noi tre: io, la mula e “u zi Biaggiu”. E sembravamo così, lì, da sempre, ritagliati in una stringa di tempo infinito come se non esistesse altro e mai altro fosse stato. Lontano vedevo “zi Catarina” che conduceva le anatre all’aia, le chiudeva dentro e poi tornava indietro, nella sua lunga veste nera, coi capelli bianchi macchiati dall’olio d’oliva e pettinati a “tuppo”, e regolarmente, con dietro le anatre che la seguivano nuovamente verso casa, sfuggite alla detenzione da un buco nella rete. Così, sempre, dolcemente sorridevo. Era tutto così sereno da sembrare statico, congelato nel sole.

Ero annebbiato dalla luce e dal caldo e mi chiedevo se fosse così anche per lei, la mula “Fisunilla”, cui “u zì Biaggiu” aveva calcato sulla testa un suo vecchio cappello di paglia, dopo averlo bucato per far fuoriuscire le lunghe orecchie della povera bestia. Il mio, invece, era uno di quei cappellini bianchi da colonia a forma di fruttiera rovesciata. Pesantemente protettivo. Accaldante.

La testa mi scoppiava e, guardando il lucido manto bagnato di “Fisunilla”, mi persi nei rivoli del suo sudore: vidi tutto rosso, poi blu, poi bianco. Ero svenuto. Il sogno che accompagnò il mio stanco malessere fu luminoso e polveroso. Dentro un’armatura d’argento scintillante al sole, ero in sella a “Fisunilla” e brandivo il mio scopino di saggina come la Durlindana di Don Chisciotte, tutto intorno a noi: tini colmi di mosto e “carteddre” straripanti di uva bianca con acini piccoli piccoli che, come palloncini, si alzarono in volo e riempirono il cielo di milioni di puntini verdi e gialli. Mi sentii sollevare anch’io con “Fisunilla”, e leggeri, insieme, volammo tra i puntini colorati. Giungemmo in alto vicinissimi al sole, la luce accecante ci inondò ancora di un bianco polveroso e, come se stessi masticando terra, sentii in bocca il sapore della campagna. Di tutte le campagne del mondo. Mi pensai pesante, di colpo, e precipitati sempre in sella alla mia mula, compagna di quel viaggio allucinato. I tini si avvicinavano precipitosamente ai miei occhi e vi finimmo dentro, io e “Fisunilla”, bagnandoci di quell’inebriante succo. Ne sentivo il sapore; e gli odori di ogni cosa erano esaltati fin dentro il cervello con un pungente piacere alla nuca che annegava le idee. Vedevo il frusciare delle lunghe canne tra il “malaseno” dei tini e l’enorme albero di “Caccamo” e mi sentivo accarezzare le guance da qualcosa di bagnato e con un forte odore di fieno. Riaprii gli occhi: era la lingua di “Fisunilla”, sbendata e slegata dal giogo, che mi leccava il viso e mi mordicchiava delicatamente, muovendo le labbra vellutate sul mio naso. Baciandomi. “Zi Biaggiu” mi prese in braccio e mi portò all’interno del “malaseno” dove una frescura intensa e profumata, pian piano, mi fece riprendere contatto con la realtà. Dove sono, oggi, quegli odori? I profumi della terra, le labbra vellutate della dolce “Fisunilla”? Dov’è l’amore per la semplicità che faceva bucare un vecchio cappello di paglia per farlo indossare a una rassegnata, ma complice mula? Dove sono i vecchi, ma unici animali, le galline che beccano pietre, le mosche che ti ronzano intorno incattivite dalla sete? Dove sono le giornate, assolate e polverose, riempite di pane e formaggio sotto il gelso profumato? Dove sono i baffi pungenti di “u zi Biaggiu”, i seni prosperosi di sua moglie Teresa, le efelidi sul suo petto abbronzato di un rosso fragola, il profumo di natura dei suoi capelli biondi e ricci? Certo! Con questo computer navigo, viaggio virtualmente alla ricerca di foto, contenuti, notizie. Studio, lavoro. Ho tanto. Ho niente, ma sono. La tecnologia ci rende tutti “asociali” con network di “mi piace”, ma siamo sempre più soli e lontani gli uni dagli altri; sempre più distanti da quella naturalità che ci faceva migliori, più sani. Diversi. C’è un mondo di vita da mordere fuori. Tra l’erba, i fiori, le piante, le rocce, il mare. Nei boschi, tra le vigne, in mezzo alle canne, sulle rive dei fiumi, negli stagni, con la testa tra le nuvole e i polmoni pieni d’aria rigenerante. La vita è adesso, e non ritorna.