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"Scegliere di essere chi si è, è guardare la vita di fronte."

Sal Giampino - Scrittura
Occupazione di Sal Giampino

Occupazione

Alcuni di noi portavano ancora i calzoni corti; e i peli sulle gambe, ormai troppo folti e scuri, erano il richiamo di ridicola attenzione per le gioiose ragazze, nostre nuove compagne di classe: un’infiorescenza di femminilità a cui non eravamo abituati e verso la quale ci ritrovavamo disconoscenti e misconoscenti per riflesso di antagonismo di genere. Il percorso di avvicinamento che ci avrebbe portato verso le loro personalità sarebbe stato lungo e, in molti casi, infruttuoso.

Non avevamo idea di come poter cercare e trovare una modalità di dialogo e di condivisione di quell’esile esistenza che ci vedeva protagonisti contemporanei delle nostre giovani vite. Avevamo lasciato l’ultima classe della scuola media da pochi mesi e fin dalle elementari avevamo conosciuto solo le donne di famiglia: mamme, nonne, zie, cugine… per le quali e con le quali le relazioni erano state di stampo affettivo, dunque “viziate” da quello che poteva essere stato l’amore filiale e parentale. Tutti volevamo solo una cosa, accelerare il nostro procedere di conoscenza, la trasformazione del nostro “Io” verso quella realtà addomesticata della quale non conoscevamo alternativa: “La società condizionante“.

Gli insegnamenti che avevamo ricevuto in passato e che ricevevamo ancora erano condotti tutti in quella direzione che ci pareva costruttivista di una verità nuova; di una novità vera. Ma, in effetti, eravamo solo incoscienti di esistere. Insulsamente pervasi da una gioia vitale che era cieco entusiasmo senza alcun riferimento nei confronti di un obiettivo finale. Eravamo prigionieri della nostra casa del corpo e sollevavamo solo polvere di branco, nel nostro cammino rumoroso, inquieto, incoerente. Avvertivamo il peso delle nostre ombre, gli intensi e impervi rivoli della nostra coscienza. La vita ci pesava dentro come un masso cui eravamo legati, incatenati alle caviglie. Ci credevamo liberi, ma eravamo schiavi di un “Noi” che ci inquadrava tutti senza sosta.

Amavamo le giovani donne appena conosciute, e insieme sconociute: la loro leggiadria, i loro caratterini petulanti, fantasiosi, i loro cervelli allegri e intelligenti; i loro materni seni che fiorivano sbocciando nei nostri sogni; e dei quali immaginavamo il profumo parificandolo al latteo ricordo neonatale di quello delle nostre mamme. La forma è sostanza. E l’armonia dei loro corpi era il nostro nuovo credo, ma conoscevamo e volevamo riconoscere soltanto i loro vestiti dell’anima. Non c’era tempo per altro. Non c’era più tempo per altro, pensavamo. Ne eravamo convinti, di una convinzione che era libido, voglia di sbagliare, ma che era, in fondo, solo desiderio di esperienza. Pochi, fortunati amici, avevano vissuto l’odore dei capelli di una sorella, il loro mistero nascosto tra le pieghe delle loro pelli, la visione dei loro corpi nudi. Ed erano, quelli, i ragazzi con gli occhi meno assenti, più indicatori di un sorriso saccente, sfottente.

Il vento sprecone della nuova civiltà ci riportava al reale attraverso le lacrime notturne della nostra impazienza di conoscere, del nostro sentire dietro le barricate dello spirito, tra i fumi dei celerini del cuore e le fiamme ardite delle nostre immaginifiche molotov. Come leoni che si portano all’acqua in un’oasi, pianura sabbiosa e ingoiante, avevamo un paradiso da scoprire, era lì. Ed era a portata di mano, ma non di mente che, bugiarda, lasciava apparire le sole verità sessuali… “Paride aveva ceduto al fascino di Elena, al profumo dei suoi capezzoli, e con violenza impavida l’aveva portata via con se in un “apriti sesamo” delle sue cosce che a noi sembrava, anche, l’unico e non nascosto fine della proiezione dei nostri sensi. A Ettore il compito maturo di difendere l’incoscienza fraterna, mentre Eurialo e Niso si forzavano in un rapporto d’amore e d’amicizia che non lasciasse trasparire, per noi studenti, osservatori del loro accordo, l’omoeroticità dei loro sentimenti.” L’uomo ha sempre pianto lacrime a pezzi nel riconoscersi maschio. E la violenza interiore lo ha sempre più escluso dalle gioie dell’amore esterno. E non è mai stato semplice riconoscersi diversi e uguali, maschi e femmine, nel gioco delle parti che, spesso, è stato un giogo per molti, nell’incoscienza del loro Essere

La paura strisciava dentro, fluiva e fuoriusciva dalle nostre viscere in quella mattinata di Liceo del 1968. La decisione di “occupare” ci prendeva tutti nella profondità del nostro politicizzato e manipolato agire. Nulla ci sembrava più importante nella nostra vita se non quel dimostrativo atto di ribellione a un ciò che a malapena conoscevamo, eco di rivolte francesi e torinesi. Lo specchio di quelle nostre azioni erano le ragazze, sconosciute anch’esse e poste nella rara posizione e condizione di innovativo dialogo e di concatenante riconoscibilità unitaria. Riamanendo tutti insieme, uniti, all’interno dell’istituto, escludendo, tagliando fuori la realtà esterna, avremmo trovato una nostra nuova coscienza?

Impallinati e trascinati dai pensieri più adulti dei maturandi ci ritrovammo ancora una volta prigionieri del “Noi” in una notte che per molti sarebbe stata di resurrezione, per altri di espiazione.

La sessualità, la relazione con le ragazze. Gli sguardi, i discorsi indiscreti, qualche bacio e per alcuni anche l’amore, furono il fantastico, realizzato per gioco o per sfida interiore. Il “come nasce un amore” non erano versi cantati, ma la dolcezza di carezze vissute. La dolcezza dell’amicizia tra i generi di ogni diversità fu la conoscenza che mi porto dietro con stupore per l’immediata presa di coscienza di quei giorni. L’accettazione di pensieri nuovi e diversi, la materializzazione dei sogni attraverso la vera e unica bellezza che sgorgò a fiotti con le parole di uno sconosciuto pensare femminile, furono l’esperienza più formativa della mia giovane esistenza. La libertà di Essere uomini, donne, gay, lesbiche, è nella capacità di accogliere ogni altro Essere nel procedere del nostro cammino. La violenza che annulla l’amore e specula sui generi è frutto di quella disconoscenza che nasce dall’assurda volontà di non concedere l’esprimersi dei generi stessi fin dalle elementari, dividendo le classi in ghetti dei pensieri creatori, oltre che dei sessi. La comprensione, che è compassione del vivere le medesime emozioni di crescita, renderebbe più edotti e più coscienti tutti i bambini, poi ragazzi, che, spesso, dopo un asilo misto, si ritrovano nuovamente separati come in un gioco di ruoli imposto per idiota pudicizia che è solo degli adulti, e non loro, e, con in più, relativi pensieri addomesticati negli anni a seguire. In tempi in cui le teste rotolano e non c’è più amore per l’Essere umano, l’annullamento delle violenze di genere e, anche, all’interno delle famiglie, sembrerebbe ben poca cosa, ma è da lì che nasce l’insipienza che si trasforma in violenza cieca, di una cecità sorda e muta perché priva di dialogo col proprio Sé fin dall’infanzia; priva di un insegnamento materno che non sia familiare ripercussione ereditaria; e priva di una cosciente presenza e responsabilità paterna. Viviamo tempi peggiori, sanguinari, ma viviamo tempi di rinascita del perché esistiamo. Da qualche parte nel mondo, un uomo nuovo sta nacendo; un uomo che ha preso consapevolezza della sua interiore parte femminile e che può assumere su di sé la responsabiità di questa rinascita, e la guida nella rinascita. Una consapevolezza nuova sta nascendo, che può manifestarsi, in un amore eterosessuale o omosessuale, senza alcun timore di giudizio escludente. Una consapevolezza nuova sta nascendo; che è agire nel rispetto di tutte le diversità perché è da lì che nasce l’amore senza condizioni tra un uomo e una donna, tra un uomo e un uomo, tra una donna e una donna. Senza maschilismo, senza femminismo. Ed è lì che non c’è più spazio per le violenze e per l’occupazione dei cuori e delle emozioni di vita altrui.

Da qualche parte, nel mondo, un uomo nuovo sta nascendo. E quello che rimane allo spirito dei vecchi uomini, non è che abbandonare la presa, lasciarsi andare e morire, arrendendosi alla natura. Ché questa è la vita.